Sono trascorsi quindici anni dall’inaugurazione del 1996, che segnò l’inizio delle attività culturali in quell’area compresa tra la Via Paolo Gili e la Via Perpignano. Il nome doveva essere una garanzia dei buoni propositi con i quali si era operato alla ristrutturazione di una buona fetta di quei 55.000 metri quadrati, dimenticati dalla volubile memoria collettiva a partire dal 1970, quando anche l’industria di costruzione di carrozze ferroviarie, fiaccata dal tracollo finanziario e dalle poco efficaci soluzioni di risanamento economico promosse dalla Regione Siciliana, chiuse definitivamente i suoi cancelli, per aprire sotto altra forma a Carini costituendo l’IMESI. Cantieri Culturali alla Zisa dunque, costituiti complessivamente da 24 padiglioni, il più grande dei quali misura oltre 3000 metri quadri, il più piccolo 69 metri quadri, il più lungo arriva a 125 metri, il più largo a 49 metri. Cifre certo non indifferenti. Chi per la prima volta si è spinto all’interno di quell’area abbandonata, nel lontano 1995, non credeva ai propri occhi, nonostante tutto intorno vi fossero immondizie di ogni genere ed una vegetazione selvaggia. “Le erbacce arrivavano fin sopra le ginocchia” mi aveva raccontato Francesco Giambrone ex Assessore alla Cultura ed ex Sovrintendente del Teatro Massimo, “ma fu anche amore a prima vista” aveva concluso. Un sentimento che venne in seguito sottolineato anche dall’ex sindaco Leoluca Orlando, che proprio nell’intervista – da me realizzata nel 2005 con il generoso contributo di un collega dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Francesco Affronti – parla di una prima fase di conoscenza di quest’area descrivendola proprio come una “fase di innamoramento”. Tutti avevano perso la testa per i capannoni dell’ex Officine Ducrot, ex Aeronautica Sicula, ex IMER, con i loro vetri rotti ed i viali abbandonati, tanto che i lavori cominciarono di lì a breve. Per prima cosa la Sovrintendenza vincolò l’intera area, visto che in passato l’abusivismo edilizio non si era fermato neppure dinanzi alla parte più antica delle Officine, ormai sostituite da palazzi in cemento armato. Poi cominciarono i restauri, mossi dal desiderio di evitare che si prolungassero a dismisura nel tempo, considerati i 20 anni che erano toccati in sorte al Teatro Massimo. Nel frattempo il Maestro Michele Canzoneri aveva l’incarico di occuparsi del coordinamento delle attività di restauro e anche delle prime attività culturali, alle quali si diede inizio malgrado i lavori in corso d’opera all’interno dei “neo Cantieri”. Infine il Professore Cesare Ajroldi lavorava, con la sua equipe, alla realizzazione del Piano d’Uso per ogni singolo padiglione compreso nell’area, in modo da stabilirne le rispettive funzioni. Ogni cosa sembrava perciò procedere per il verso giusto, il 22 agosto 1996, si diede il via libera alla stampa. “Riaprono le Officine Ducrot. Fabbrica di mobili, fabbrica di cultura”, “a Palermo si aprono i cantieri. Ieri mobili ed arredi per i Florio. Oggi spazio per mostre”. Questi sono solamente alcuni dei titoli che in quel momento uscirono nei vari giornali nazionali ed internazionali e che segnarono l’inizio dei Cantieri Culturali alla Zisa come realtà conclamata sotto gli occhi di tutti. “L’idea intorno alla quale si costruisce l’attività dei Cantieri Culturali alla Zisa vuole essere quella della ricognizione puntuale delle forze creative e culturali della città, considerate in tutta la loro complessità e articolazione. Gli spazi dei Cantieri costituiscono un patrimonio di grande importanza attraverso il quale potere intraprendere un percorso di ricostruzione della storia culturale, e attraverso il quale rilanciare il proposito di una sperimentazione artistica che coinvolga le varie forme di espressione”. E’ il resoconto del programma delle attività del 1996-1997, ed ancora “gli spazi disponibili, la Galleria Bianca e lo Spazio Zero insieme alla Galleria d’Arte Contemporanea, prossimamente aperta, sono il punto d’inizio del nuovo percorso”. Ecco perché è importante parlare dei Cantieri Culturali alla Zisa, proprio perché si era creato qualcosa, perché si era cominciato a credere nella possibilità di un cambiamento, che operando attraverso la cultura, andava a riempire a poco a poco i buchi neri del disagio sociale, della dispersione culturale, dell’ignoranza, della disoccupazione. Sacche di realtà cittadina che se non giustamente risanate, degenerano nell’incultura della mafia, che tutt’oggi si insinua nella città di Palermo. Per questo è importante sapere che l’entusiasmo di quegli anni, che sino al 1999 e parte del 2000, si respirava tra quei padiglioni recuperati e che aveva contagiato tutti, forse anche con una certa ingenuità, sia nei modi, che nella pratica, fosse però indice di una speranza. Il lavoro che è stato svolto ai Cantieri da artisti come: Thierry Salmon, Carlo Cecchi, Franco Scaldati, Claudio Collovà, Ciprì e Maresco, Roberta Torre, Langlands & Bell, Richard Long, Castern Holler, Rosmarine Trockel, Ilya ed Emilia Kabakov; è davvero difficile citarli tutti, ma basta dare un’occhiata ai programmi culturali stilati in quel periodo, ed ancora le iniziative promosse da associazioni, manifestazioni culturali che usufruivano degli spazi dei Cantieri: l’Immagine leggera, Palermo di Scena, Festival di Palermo sul Novecento (anche in questo caso mi trovo costretta a citarne solo alcune) è la testimonianza e la dimostrazione che attraverso la sinergica collaborazione di più referenti, siano essi di natura politica o più specificatamente sociale e culturale, nascono delle ricchezze.
E sono proprio queste che coltivano l’intelligenza collettiva, che stimolano riflessioni, opinioni critiche necessarie per il formarsi di coscienze plurali ed indipendenti. Seguendo proprio la logica della pluralità e del confronto tra cultura diverse, sono stati ospitati nel 2001, il Centre Culturel Français e il Goethe Institut.
Oggi quest’area, con i suoi padiglioni, con i suoi viali non più abbandonati all’erbacce, ma asfaltati col catrame e percorsi forse più da macchine che da persone, non è più niente, non è neppure quell’esperimento ibrido sorto nel 1996, che almeno lasciava ben sperare. Entrando all’interno dello Spazio Zero, quel padiglione che Thierry Salmon aveva scelto per le prove del suo spettacolo, si ha l’impressione di essere catapultati nel passato, proprio in quel lontano 1995, in cui l’erba arrivava alle ginocchia e ogni cosa doveva essere ricostruita. La Galleria Bianca, la Galleria Tre Navate, sono solo il fantasma di se stesse, tutto il complesso se lo si percorre passo dopo passo dà l’impressione di reggersi a malapena in piedi. Eppure sono stati investiti dei soldi, su questi Cantieri Culturali alla Zisa, un tempo ci si credeva, si erano pensati e redatti, programmi, progetti, che riempiono pagine su pagine: pubblicazioni, libri, cataloghi. Forse proprio perché quest’area ha dei significati per me molto profondi: mio nonno ha lavorato lì dentro, da quando nel 1940 la occuparono gli americani sino agli anni ‘50, quando poi per motivi sindacali, lui insieme a molti dei suoi colleghi furono licenziati, forse proprio perché è stato alla Galleria Bianca che nel 2000 ho visto le mie prime mostre di arte contemporanea, ho pensato che era il caso di capire cosa fosse successo. Così sono andata alla ricerca di tutte quelle persone che avevano dato vita ai Cantieri Culturali alla Zisa. Ho parlato con loro, ho sentito le loro spiegazioni, ho cominciato a ricostruire la mappa di questo luogo, cercando di dargli una sua dimensione temporale, di passato, presente e forse di futuro. In questo modo è nato il progetto “Discorsi in Cantiere”, che raccoglie le testimonianze video di coloro che tra politici, artisti, critici, curatori di eventi artistici, hanno lavorato e contribuito all’idea, che da una fabbrica abbandonata potesse sorgere una “Cittadella della Cultura”.

grazie che menzionate molte delle mostre da me curate…
ma nn bisogna dimenticare sia Shobha che Letizia Battaglia, in particolare la mostra con Letizia fu la sua prima grande mostra a Palermo e l’ultima di quella stagione con un obiettivo NON DIMENTICARE….
invece!!!!!!
grazie della vs attenzione…
Paolo Falcone
Grazie a te Paolo,
per il tuo intervento.