Che fine ha fatto l’idea di candidare Palermo a capitale europea della cultura per il 2019? Sono passati alcuni mesi da quando sulle cronache locali per alcuni giorni si è parlato del progetto. Poi, più niente. E siccome, invece, altri in Italia si stanno attrezzando concretamente per affrontare una sfida di quelle che possono cambiare una città, forse è il caso di riprendere quel ragionamento per capire se davvero anche Palermo sarà in corsa per la candidatura. Non nascondo che la prima reazione quando lessi di quel progetto fu un moto di malinconica ironia. Il declino culturale di Palermo è sotto gli occhi di tutti ed è denunziato da anni dagli operatori cittadini e dagli osservatori nazionali e internazionali. Basti pensare alla situazione disarmante del sistema delle infrastrutture culturali della città che poi dovrebbe essere uno degli elementi di forza della candidatura: il sistema delle Biblioteche pubbliche di Palermo è di fatto inesistente, tante strutture culturali sono chiuse o inattive, i musei da decenni non praticano una politica di acquisti che dia conto delle nuove tendenze dell’arte contemporanea, non è stato proposto negli anni nessun nuovo intervento architettonico capace di incidere sul territorio con un segno della contemporaneità, come è accaduto nelle grandi capitali europee. Cantieri Culturali alla Zisa, che neppure dieci anni fa erano uno dei luoghi strategici del disegno culturale della città, sono di fatto abbandonati, come ha raccontato qualche giorno fa anche Emma Dante su questo stesso giornale. Tanti sono stati i progetti, gli annunci, le idee, rimasti solo sulla carta; tanti i soldi spesi. L’ unica vera novità rilevante nel campo della cultura, a Palermo, risale al 2003 (sono passati ormai sette anni) con l’ apertura della nuova sede della Galleria d’ Arte Moderna nel convento di Sant’ Anna, frutto positivo della continuità, per una volta perseguita, tra l’ azione amministrativa e di governo della giunta Orlando (che aveva pensato, avviato e portato avanti il progetto) e quella della giunta Cammarata (che lo ha concluso, inaugurando la nuova sede). Tenuto conto di questa condizione di partenza, su quali presupposti e su quali basi si ipotizzava di candidare Palermo a capitale europea della cultura? Ci avevamo pensato anche noi quando amministravamo la città, sul finire degli anni Novanta. E nonostante la vitalità culturale di Palermo fosse ben diversa da quella di oggi decidemmo di soprassedere perché serviva più tempo per costruire un progetto di candidatura solido e credibile. Di qui quella prima reazione di malinconica ironia. Ma, obiettivamente, ebbi subito la sensazione che l’ idea fosse buona. Ho aspettato un po’ , certo che qualcuno dei promotori ci avrebbe raccontato presto cosa pensava di fare al di là dell’ annuncio. E invece, da un po’ , non se ne parla più. Era solo l’ annuncio agostano di una classe politica stanca e in cerca di visibilità sulle cronache locali o era davvero un’ occasione da sfruttare per ridare alla città un disegno coerente e lungimirante di politica culturale che oggi, purtroppo, non ha? Mi è venuta spontanea questa domanda, nel silenzio cittadino, leggendo quello che sta accadendo nel Nord Est, che si candida anch’ esso a capitale europea della cultura per il 2019. Non solo una città, che naturalmente potrebbe essere Venezia e che avrebbe tutte le carte in regola, ma un intero territorio formato da tre Regioni: il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia. Lì hanno fatto pochi annunci e molta sostanza. Da tempo hanno predisposto un corposo studio a supporto della candidatura, hanno realizzato un paio di convegni mettendo a ragionare insieme le realtà più importanti del territorio, si preparano a ufficializzare (proprio oggi) la candidatura in maniera concreta e politicamente forte attraverso un Protocollo d’ intesa tra Comune e Provincia di Venezia e le tre Regioni coinvolte nel progetto lanciando l’ idea vincente della Metropolitana del Nord Est: una rete di infrastrutture che permetterà a tutti di spostarsi agevolmente in quel pezzo d’ Italia. La sensazione è che si stiano preparando per arrivare al 2014, data in cui si deciderà quale delle città italiane sarà capitale europea della cultura nel 2019, con tutte le carte in regola per una candidatura credibile e vincente. Confesso che, a fronte di questo modello di collaborazione tra diversi livelli di responsabilità politica e istituzionale, fa ancor di più uno strano effetto l’ inutile e ridicola querelle di questa estate, tra quale livello istituzionale avesse titolo per rivendicare la paternità dell’ idea, se quello comunale o quello regionale. Il punto è che adesso, visto che l’idea è di quelle buone, bisognerebbe darsi da fare per trasformarla in un vero progetto, superare le divisioni istituzionali, ragionare su azioni concrete e realizzabili, ricominciare a guardare avanti lavorando a idee e progetti che possano comunque arricchire Palermo, renderla migliore, dotarla di quelle infrastrutture che oggi ancora mancano. Insomma, non farsi scappare l’ occasione. Perché, dicono nel Nord Est, che, seppure la candidatura non dovesse alla fine concretizzarsi, un risultato importante lo avrebbero ottenuto comunque: realizzare una fondamentale infrastruttura integrata del territorio in grado di permettere a cittadini e turisti di spostarsi, con una sorta di metropolitana della cultura, dalla Cappella degli Scrovegni a Padova alla Biennale di Venezia, dal paesaggio straordinario delle Dolomiti al Mart di Rovereto. Perché le candidature passano, ma le infrastrutture restano. E seppure, alla fine, neanche Palermo dovesse essere scelta come capitale europea della cultura, sarebbe già tanto se si ritrovasse nel 2019 con qualche Biblioteca in più e con una rete di infrastrutture culturali del territorio adeguata. È davvero troppo sperare che anche a Palermo gli amministratori pubblici lascino da parte gli annunci e provino a ragionare in questi termini?

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